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Diritti · Lavoro 15 min di letturaNovembre 2025

Mobbing: quando il posto di lavoro diventa un luogo di tortura silenziosa

Ci sono ambienti di lavoro in cui ogni giorno è più pesante del precedente. In cui si arriva la mattina con un nodo allo stomaco e si torna a casa svuotati, senza riuscire a spiegare bene cosa sia successo. Quello che succede in quei luoghi ha un nome preciso: mobbing. Molti lo confondono con lo stress o con i normali conflitti di lavoro, ma è qualcosa di diverso: un processo deliberato. E per chi vive in Italia come migrante, il rischio di trovarsi in quella situazione — e la difficoltà di uscirne — sono entrambi più alti.

Radici Sane

Tatiana Russo

Giornalista · Studentessa di Psicologia

Questo articolo si basa sul lavoro del Prof. Iñaki Piñuel y Zabala, psicologo e ricercatore con oltre 30 anni di esperienza nel campo del mobbing e autore di più di 25 libri sull'argomento. Le sue definizioni e classificazioni sono oggi un riferimento internazionale nel campo della psicologia del lavoro.

Mobbing e conflitto: una distinzione che cambia tutto

C'è una distinzione che Iñaki Piñuel ripete con insistenza nelle sue conferenze e nei suoi libri, e che vale la pena tenere a mente prima di tutto il resto. Il mobbing, dice, non è un conflitto. È un processo di vittimizzazione. La differenza non è semantica: cambia completamente il modo in cui si deve leggere la situazione e, di conseguenza, come si deve rispondere.

Un conflitto ha due parti che si scontrano su posizioni diverse, entrambe legittime. Può essere mediato, negoziato, risolto. Il mobbing, invece, ha una struttura asimmetrica: da un lato c'è chi esercita un potere con l'obiettivo deliberato di danneggiare, escludere o distruggere psicologicamente l'altro. Dall'altro c'è una vittima. E l'obiettivo dell'aggressore, eliminare quella persona dal posto di lavoro, o semplicemente farla soffrire, non è un obiettivo legittimo che si possa mediare.

Questa chiarezza è il punto di partenza necessario. Una delle trappole più comuni in cui cadono le vittime di mobbing è credere che il problema siano loro: che stiano esagerando, che se solo riuscissero a comunicare meglio o a essere meno sensibili le cose migliorerebbero. Capire che non è così, davvero capirlo nel profondo, è già un primo atto di protezione verso se stessi.

Definizione

"Il mobbing è un processo continuo, ripetuto e deliberato di maltrattamento verbale o modale nei confronti di un lavoratore. Questo comportamento crudele e perverso mira a intimidire e causa danni psicologici o post-traumatici, trasformando il dipendente in una vittima."

, Prof. Iñaki Piñuel y Zabala, psicologo e ricercatore

I tre volti del mobbing: non viene solo dall'alto

Una delle cose che sorprende di più chi si avvicina per la prima volta a questo tema è scoprire che il mobbing non ha una sola forma. Piñuel ne identifica tre tipi principali, classificati in base alla direzione gerarchica da cui proviene l'aggressione.

Mobbing Discendente

Dal superiore verso il dipendente

È la forma più comune e quella che più facilmente si riconosce. Un superiore, direttore, responsabile, capo reparto, mette in atto comportamenti sistematicamente ostili nei confronti di un dipendente. Può manifestarsi attraverso critiche continue, assegnazione di compiti impossibili o umilianti, esclusione dalle riunioni, controllo eccessivo, o semplicemente ignorando la presenza della persona. Spesso ha l'obiettivo non dichiarato di indurre le dimissioni del lavoratore.

Mobbing Orizzontale

Tra colleghi dello stesso livello

Avviene tra pari, senza differenze gerarchiche formali. È spesso alimentato dall'invidia, dalla competizione per risorse limitate (promozioni, riconoscimenti, spazi) o da dinamiche di gruppo che escludono sistematicamente una persona. Può essere particolarmente insidioso perché il superiore gerarchico può non essere a conoscenza, o può fingere di non esserlo, di quello che accade.

Mobbing Ascendente

Dai subordinati verso il superiore

È la forma meno conosciuta ma non meno devastante. Un gruppo di dipendenti si coalizza contro un superiore gerarchico, spesso con la complicità tacita o esplicita di livelli ancora più alti della gerarchia. Piñuel lo descrive come un attacco a tenaglia: la vittima si trova stretta tra i subordinati che la osteggiano e i superiori che non intervengono o addirittura incoraggiano la situazione.

La tortura goccia a goccia: perché è così difficile riconoscerlo

Piñuel usa un'immagine potente per descrivere il meccanismo del mobbing: la tortura goccia a goccia. Presa singolarmente, ogni goccia è quasi nulla: un commento sarcastico in riunione, un'email ignorata, un'esclusione da una comunicazione importante, un compito assegnato all'ultimo momento con scadenza impossibile. Niente che, raccontato a un amico, suoni davvero grave.

Ma le gocce si accumulano. E nel tempo, quell'accumulo erode la resistenza psicologica della vittima con la stessa efficacia di un'aggressione diretta, spesso con più efficacia, perché la gradualità impedisce di riconoscere il momento in cui le cose sono cambiate. La vittima si ritrova a chiedersi da quando si sente così, da quando ha paura di andare al lavoro, da quando si sveglia la domenica sera con quell'ansia che non riesce a spiegare.

Questo meccanismo spiega anche perché le vittime di mobbing impiegano in media tra sei mesi e due anni prima di riconoscere quello che sta accadendo. La dissonanza cognitiva, il conflitto tra "questo posto di lavoro mi sta distruggendo" e "non è possibile che sia così grave", crea uno stato di paralisi che Piñuel chiama impotenza appresa: la sensazione di non poter fare nulla, di essere intrappolati, di non avere via d'uscita. Puoi approfondire questo meccanismo nell'articolo sull'impotenza appresa.

"Il mobbing è una tortura goccia a goccia. Ogni singola azione, presa isolatamente, sembra quasi nulla. Ma l'effetto cumulativo nel tempo è devastante."

, Iñaki Piñuel y Zabala

Chi viene preso di mira, e perché

Uno degli aspetti più controintuitivi del mobbing, e uno dei più importanti da comprendere per chi lo subisce, è il profilo delle vittime. Contrariamente a quello che si potrebbe pensare, le vittime di mobbing non sono persone deboli, incompetenti o difficili. Sono, molto spesso, esattamente il contrario.

Piñuel sottolinea con forza questo punto: le vittime di mobbing sono frequentemente lavoratori altamente competenti, creativi o con una forte personalità, percepiti come una minaccia da superiori mediocri o da colleghi invidiosi. Il loro valore, reale o percepito, è esattamente ciò che li rende un bersaglio. Il messaggio implicito del mobbing è che sei troppo bravo, troppo diverso, troppo visibile, e che devi essere ridimensionato.

Sul lato opposto, il profilo del mobber è altrettanto specifico. Piñuel descrive gli aggressori come spesso dotati di tratti psicopatici: capaci di apparire affascinanti e competenti agli occhi degli altri mentre sistematicamente distruggono la vita lavorativa della loro vittima. Nella maggior parte dei casi sono quello che Piñuel chiama predatori seriali: hanno già fatto la stessa cosa con altri lavoratori in passato, e lo rifaranno in futuro se non vengono fermati.

Segnali che qualcosa non va

Hai paura di andare al lavoro la mattina
Ti svegli la domenica sera con ansia anticipatoria
Rivivi mentalmente episodi lavorativi fuori dall'orario di lavoro
Hai smesso di fidarti del tuo giudizio professionale
Ti senti escluso/a sistematicamente da informazioni o decisioni
Ricevi critiche sproporzionate o pubbliche al tuo lavoro
Ti vengono assegnati compiti impossibili o umilianti
Noti che le regole vengono applicate diversamente a te rispetto agli altri
Hai sviluppato sintomi fisici (insonnia, cefalee, problemi digestivi) legati al lavoro
Hai perso la motivazione e l'autostima professionale che avevi prima

Il lavoratore migrante: una vulnerabilità strutturale

Quando si parla di mobbing in Italia, c'è una variabile che raramente viene nominata: essere straniero cambia profondamente sia il rischio di trovarsi in quella situazione, sia la capacità di uscirne. Non perché i lavoratori migranti siano più fragili, ma perché le condizioni strutturali in cui si trovano creano vulnerabilità che chi è nato qui semplicemente non ha.

La dipendenza burocratica

In molti casi il permesso di soggiorno è legato al contratto di lavoro. Questo significa che lasciare un posto di lavoro, o denunciare il datore di lavoro, può avere conseguenze che vanno ben oltre la perdita dello stipendio. Quella paura è reale, è comprensibile, e chiunque voglia aiutare una persona in questa situazione deve partire da lì, non ignorarla.

La barriera linguistica nei procedimenti

Descrivere il mobbing richiede precisione: le parole esatte usate, il tono, il contesto, le sfumature. Farlo in una seconda lingua, davanti a un ispettore del lavoro o a un giudice, è già difficile. Farlo quando si è emotivamente esausti lo è ancora di più. Esistono servizi di mediazione linguistica, ma non sempre sono facili da trovare nel momento in cui servono.

L'isolamento dalla rete di supporto

Il mobbing isola. Lo fa deliberatamente: taglia i legami con i colleghi, erode la fiducia, fa sentire la vittima sola anche in mezzo agli altri. Per chi vive già lontano dalla propria famiglia, da chi conosce da sempre, quell'isolamento si somma a qualcosa che era già lì. E il peso diventa diverso.

Il rischio di normalizzazione

Per chi viene da contesti in cui le condizioni lavorative erano già precarie, o per chi ha già vissuto episodi di discriminazione, c'è un meccanismo sottile che si attiva: si comincia ad accettare come normale quello che non lo è. Non per ingenuità, ma perché il confronto è con qualcosa di ancora peggio. Riconoscere questo meccanismo è il primo passo per non lasciarsene sopraffare.

Vale la pena dirlo chiaramente: la legge italiana garantisce ai lavoratori stranieri gli stessi diritti dei lavoratori italiani in materia di tutela da mobbing, indipendentemente dalla nazionalità e, in molti casi, anche dalla regolarità del soggiorno. La paura di denunciare è comprensibile, ma non deve essere alimentata dall'idea di non avere diritti. Li hai.

Come documentare il mobbing: il primo passo concreto

Se ti riconosci in quello che hai letto finora, la prima cosa da fare è iniziare a documentare. Non perché tu debba necessariamente arrivare a una denuncia formale, quella è una decisione che spetta solo a te, e che dipende da molti fattori. Ma perché la documentazione ti restituisce un ancoraggio alla realtà in un momento in cui qualcuno sta cercando di farti dubitare di essa.

Tieni un diario degli episodi: data, ora, luogo, cosa è successo esattamente, chi era presente, cosa è stato detto. Sii precisa/o e concreta/o. Conserva ogni comunicazione scritta: email, messaggi, note di servizio. Se ricevi istruzioni verbali che poi vengono negate, manda una email di conferma ("Come concordato oggi, farò X entro Y data"). Questo crea una traccia scritta.

Se hai colleghi che hanno assistito agli episodi e che si fidano di te, parla con loro. La testimonianza di terzi è uno degli elementi più importanti in un eventuale procedimento. E se la situazione sta avendo un impatto sulla tua salute, rivolgiti al medico di base: un certificato medico che documenta lo stato di ansia, insonnia o depressione legato al lavoro è una prova rilevante.

Prima di chiudere

Il mobbing prospera nel silenzio. Nella vergogna di chi lo subisce, nella paura di non essere creduto, nella convinzione — spesso indotta dall'aggressore stesso — che il problema sia la vittima. Nominare quello che si sta vivendo, anche solo a se stessi, è già qualcosa. Non è poco.

Se sei un lavoratore straniero e ti trovi in questa situazione, sappi che non sei solo e che i tuoi diritti esistono anche se nessuno te li ha mai spiegati. Esistono persone e organizzazioni che possono aiutarti a capire cosa sta succedendo e cosa puoi fare. La sezione Risorse di questo sito raccoglie alcuni di questi contatti.

Conoscere è il primo atto di protezione. Nominare quello che si vive è già un atto di coraggio.

Nota: Le informazioni contenute in questo articolo sono di carattere divulgativo e non costituiscono consulenza legale o psicologica. Per situazioni specifiche, è fondamentale rivolgersi a un professionista del diritto del lavoro e/o della salute mentale. Il numero dell'Ispettorato del Lavoro è disponibile sul sito ispettorato.gov.it.

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