Chi sono

La mia storia

Quando ho lasciato il Venezuela, avevo una valigia piena di documenti e una testa piena di domande. Non sapevo ancora che quelle domande avrebbero trovato risposta non nei libri di diritto, ma nelle storie delle persone che avrei incontrato lungo il cammino.

Da sei anni lavoro in Italia nel campo dell'immigrazione. Ho accompagnato centinaia di persone nei processi di regolarizzazione, nei ricorsi, nelle battaglie burocratiche. E in tutto quel tempo ho capito che il problema più grande dei migranti non è quasi mai la burocrazia: è il peso invisibile che portano dentro.

Radici Sane è nata da quella consapevolezza. Da anni scrivo, ascolto e studio per mettere in parole quello che ho vissuto io, e quello che vedo vivere ogni giorno nelle persone che mi circondano.

Tatiana M. Russo

Giornalista · Migrante venezuelana · Studentessa di psicologia

Tatiana M. Russo, fondatrice di Radici Sane

Riflessione · Salute mentale e migrazione

La salute mentale non esiste: perché patologizziamo l'esperienza migratoria?

Di Tatiana M. Russo

Quando ho lasciato il mio Paese, non ho messo in valigia solo vestiti e qualche fotografia. Ho portato con me un bagaglio invisibile, fatto di aspettative, paure e una profonda incertezza sul futuro. Come molte persone che si ritrovano a ricominciare da zero in un luogo nuovo, ho attraversato momenti di tristezza intensa, di ansia, di uno smarrimento che a volte sembrava non avere fondo. E, come molte di quelle persone, mi sono chiesta se ci fosse qualcosa di sbagliato in me.

È in quel tipo di domande che si nasconde una delle trappole più sottili che la nostra cultura ci tende: l'idea che il disagio emotivo sia un problema della mente, qualcosa da diagnosticare e correggere. Il Dr. José Luis Marín, medico psicoterapeuta, sfida questa idea nel suo libro La salud mental no existe. Ascoltando le sue riflessioni, ho trovato una chiave di lettura che ha cambiato il modo in cui guardo non solo la mia storia, ma quella di molte persone che accompagno ogni giorno.

Il mito della mente separata dal corpo

Marín ci invita a smantellare un'idea profondamente radicata nella medicina moderna: il dualismo tra mente e corpo. Ci hanno insegnato a pensare che la salute mentale sia un'entità separata, qualcosa che si guasta nella nostra testa e che va riparata, spesso con una pillola, esattamente come si aggiusta un osso rotto. Ma noi siamo corpo. Non abbiamo una mente staccata dal resto. La medicina contemporanea, nel suo tentativo di diventare sempre più scientifica, ha frammentato la sofferenza umana in etichette e diagnosi, imparando a trattare i sintomi ma dimenticando come guardare davvero le persone.

Quando una persona migrante sperimenta insonnia, attacchi di panico o una tristezza che non riesce a scrollarsi di dosso, il sistema tende a patologizzare quell'esperienza. Si cerca la sindrome, si applica l'etichetta diagnostica e si propone una soluzione rapida per eliminare il sintomo. Ma, come afferma Marín, la depressione non è nella testa: è nella vita della persona.

Il sintomo come segnale

Se smettiamo di vedere il sintomo come una malattia da sradicare, cambia tutto. Diventa un segnale, un campanello d'allarme che ci dice che qualcosa nel nostro contesto di vita richiede attenzione. Per chi migra, quel contesto è spesso un terreno minato: la perdita della rete di supporto, la barriera linguistica, le difficoltà burocratiche, il declassamento professionale, la discriminazione. In questo scenario, sentirsi ansiosi o depressi non è il segno di un cervello malato, ma una risposta logica a una situazione di vita estremamente complessa.

Il sintomo è una manifestazione della sofferenza e, spesso, una richiesta di ascolto. È il nostro corpo e la nostra storia che dicono: guardami, ascolta quello che sto attraversando. La lotta contro questo dolore, il tentativo disperato di non sentirsi così perché dovremmo essere grati di essere qui, è ciò che spesso genera ancora più sofferenza.

Guardare oltre l'etichetta

Fare una distinzione tra una diagnosi psichiatrica e il contesto di vita non è un dettaglio secondario. I nostri disagi e le nostre sofferenze sono sempre sistemici e contestuali. Non esiste una terapia individuale in senso stretto, perché il nostro contesto entra sempre con noi nella stanza. Quando patologizziamo l'esperienza migratoria, trasformiamo il dolore, che è un'esperienza intrinsecamente umana e comprensibile in certe circostanze, in un problema medico. Questo approccio ci toglie potere: ci fa sentire difettosi, invece di riconoscere la nostra incredibile resilienza di fronte a sfide enormi.

La validazione interna si costruisce a partire dalla validazione esterna, dallo sguardo degli altri. Se la società e il sistema sanitario ci guardano come malati, finiremo per crederci. Se invece veniamo guardati come persone che stanno affrontando un processo di adattamento monumentale, la nostra prospettiva cambia radicalmente.

Accettazione e nuovi cammini

Le terapie contestuali, come la Terapia di Accettazione e Impegno che Marín menziona, offrono un'alternativa concreta. Invece di concentrarsi sull'eliminazione del sintomo a tutti i costi, ci invitano a comprendere la sua funzione. Attraverso quella che viene chiamata disperazione creativa, possiamo renderci conto che i nostri tentativi di controllare o sopprimere il malessere non hanno funzionato, e questa consapevolezza, per quanto scomoda, apre la porta a comportamenti più flessibili.

L'obiettivo non è non provare mai più tristezza per ciò che abbiamo lasciato, né eliminare l'ansia per il futuro. L'obiettivo è imparare a fare spazio a queste emozioni, comprendendone l'origine nel nostro contesto migratorio, e agire in modo allineato con i nostri valori profondi. È possibile costruire una vita significativa e ricca anche in presenza del dolore della lontananza.

Il vostro dolore non è una malattia: è la prova che siete vivi, che avete amato ciò che avete lasciato e che state lottando con coraggio per costruire qualcosa di nuovo. Non c'è nulla di rotto in voi che debba essere aggiustato. C'è solo una storia che merita di essere ascoltata con profonda compassione.

Quante volte vi siete giudicati duramente per non sentirvi bene o forti come pensavate di dover essere? Quante volte avete scambiato una reazione normale a una situazione anormale, come lo sradicamento, per una debolezza personale? La prossima volta che vi sentite sopraffatti, provate a non etichettarvi. Guardate il vostro contesto. Riconoscete le sfide che state affrontando ogni giorno.

Tatiana M. Russo

Tatiana M. Russo

Giornalista e fondatrice di Radici Sane Psicologia

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