La valigia che nessuno controlla
Quando si arriva in un altro paese viene spontaneo fare l'elenco di ciò che si è trovato, il lavoro, la casa, i documenti, le persone. Vale la pena fare anche l'elenco opposto e guardare con onestà ciò che si è portato. Il senso di questo esercizio sta nella conoscenza di sé, perché chi sa su quali risorse interne può contare affronta l'integrazione con strumenti diversi da chi la subisce senza sapere da dove gli arrivano la forza o la fatica. Fare l'inventario non significa stilare una pagella di meriti e mancanze.
Questa valigia pesa su ogni scelta e su ogni relazione, e si fa sentire soprattutto in quelle mattine in cui ci si sveglia in una città che non si sente ancora propria.
Chi eri prima di partire
La letteratura sulla psicologia della migrazione insiste su un aspetto che il dibattito pubblico tende a trascurare. Lo psichiatra Dinesh Bhugra, in una rassegna pubblicata nel 2004 su Acta Psychiatrica Scandinavica, distingue tre momenti che incidono sulla salute mentale di chi migra, cioè le condizioni prima della partenza, il viaggio e la vita dopo l'arrivo. Tra i fattori del primo momento rientrano le esperienze traumatiche dell'infanzia, la qualità dei legami di attaccamento e l'autostima, che accompagnano la persona e interagiscono con tutto ciò che incontrerà nel paese di arrivo.
Questo non toglie peso al contesto, che conta moltissimo. Significa però che nessuno parte a mani vuote e che le risorse, così come le fragilità, tendono ad amplificarsi in una situazione di stress prolungato come quella migratoria.
Cinque risorse da riconoscere
Le risorse psicologiche che si portano in valigia sono molte. La ricerca ne ha descritte alcune con particolare precisione, ed è utile conoscerle per capire su quali si può fare affidamento e quali chiedono attenzione.
La regolazione emotiva
Lo psicologo James Gross, che dal 1998 ha dato forma a questo campo di studi, definisce la regolazione emotiva come l'insieme dei processi con cui una persona influenza quali emozioni prova, quando le prova e come le esprime. Chi ha imparato a riconoscere la propria rabbia o la propria paura senza esserne travolto dispone, all'arrivo, di uno strumento prezioso per attraversare code agli sportelli, colloqui di lavoro e incomprensioni linguistiche.
Lo stile di attaccamento
Il modo in cui abbiamo imparato a legarci alle figure di riferimento durante l'infanzia orienta il modo in cui cerchiamo vicinanza e sostegno da adulti. Nella migrazione, quando i legami storici restano lontani e quelli nuovi sono ancora da costruire, questo stile si vede con particolare chiarezza. La serie che Radici Sane dedica ad attaccamento e migrazione approfondisce il tema.
L'autoefficacia
Albert Bandura, nel 1977, ha chiamato autoefficacia la convinzione di essere in grado di affrontare una situazione e di portarla a termine. Ha poco a che fare con l'ottimismo generico e molto con l'esperienza concreta di avercela fatta in passato. Chi ha già superato prove difficili tende ad affrontare la burocrazia e la lingua nuova con una fiducia che si è guadagnato.
La robustezza psicologica
La psicologa Suzanne Kobasa, in uno studio del 1979, osservò che alcune persone sottoposte a forti stress di vita si ammalavano meno di altre. Le accomunava una combinazione di impegno, senso di controllo sugli eventi e disponibilità a leggere i cambiamenti come sfide. Kobasa chiamò questa combinazione hardiness, termine che in italiano si rende di solito con robustezza o resistenza psicologica.
La rete di relazioni
La sociologa Peggy Thoits ha documentato nel 2011 i meccanismi con cui i legami sociali proteggono la salute fisica e mentale. Il sostegno pratico conta, e contano altrettanto il senso di appartenenza e la possibilità di confrontarsi con qualcuno che conferma la nostra lettura della realtà. È la risorsa che la migrazione mette più a dura prova, perché la rete d'origine resta lontana e quella nuova va costruita da capo.
Quando la valigia è pesante
Chi parte con ferite aperte, traumi non elaborati, legami insicuri o poca fiducia nelle proprie capacità non trova nella migrazione una cura. Spesso accade il contrario, perché lo stress cronico e la perdita della rete di sostegno sottraggono proprio le risorse che prima servivano a tenere quelle ferite sotto controllo.
La rottura con il passato, però, apre anche una possibilità. Lontano dai contesti in cui certi schemi si sono formati, alcune persone riescono a costruire relazioni e abitudini diverse. Succede con fatica e senza automatismi, ma succede. Il neuropsichiatra Boris Cyrulnik, che ha dedicato gran parte della sua opera alla resilienza, la descrive come un processo che nasce dall'incontro tra una persona e il suo ambiente, piuttosto che come una qualità posseduta una volta per tutte. Per chi emigra, il nuovo ambiente può diventare il luogo in cui quel processo comincia.
A cosa serve l'inventario
Guardare dentro la propria valigia non serve a giudicarsi. Serve a sapere da dove si parte per decidere dove andare. Le risorse solide diventano un appoggio consapevole nei momenti difficili, mentre le fragilità riconosciute si possono affrontare con la lettura, la riflessione, il confronto con persone di fiducia e, quando serve, con un percorso insieme a un professionista della salute mentale.
La psicoeducazione non sostituisce la terapia. Aiuta però a capire che cosa si sta portando con sé e, forse, che cosa si può scegliere di lasciare andare.
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Riferimenti
- Bandura, A. (1977). Self-efficacy: Toward a unifying theory of behavioral change. Psychological Review, 84(2), 191–215.
- Bhugra, D. (2004). Migration and mental health. Acta Psychiatrica Scandinavica, 109(4), 243–258.
- Cyrulnik, B. (2001). Les vilains petits canards. Odile Jacob, Parigi.
- Gross, J. J. (1998). The emerging field of emotion regulation: An integrative review. Review of General Psychology, 2(3), 271–299.
- Kobasa, S. C. (1979). Stressful life events, personality, and health: An inquiry into hardiness. Journal of Personality and Social Psychology, 37(1), 1–11.
- Thoits, P. A. (2011). Mechanisms linking social ties and support to physical and mental health. Journal of Health and Social Behavior, 52(2), 145–161.
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