C'è un tipo di dolore che non ha un funerale. Non ha una data precisa, non ha un rituale, non ha un nome che la gente intorno a te riconosce. È il dolore di chi ha lasciato tutto, non perché qualcuno è morto, ma perché si è partiti. E partire, quando lo si sceglie o quando lo si è costretti a fare, comporta perdite reali, multiple, simultanee, che il mondo intorno spesso non vede.
Lo psichiatra spagnolo Joseba Achotegui ha dedicato decenni allo studio di questo fenomeno. Ha fondato il SAPPIR, Servizio di Attenzione Psicopatologica e Psicosociale per Immigrati e Rifugiati, a Barcellona, e ha sviluppato il concetto di lutto migratorio: un processo di elaborazione del dolore legato alla migrazione che, quando le condizioni di vita sono particolarmente difficili, può trasformarsi in quello che lui chiama Sindrome di Ulisse.
Achotegui identifica sette aree di perdita che caratterizzano il processo migratorio. Non sono sette problemi da risolvere, sono sette dimensioni della vita che vengono messe in discussione simultaneamente. Capirle è già un atto di cura verso sé stessi.
Questo articolo si basa sul lavoro dello psichiatra Joseba Achotegui (Università di Barcellona), fondatore del SAPPIR e autore del libro Emigrar en el siglo XXI. Il suo modello delle sette perdite è oggi un riferimento internazionale nella psicologia transculturale e nel lavoro con le popolazioni migranti.
Le sette perdite del lutto migratorio
Quello che rende il lutto migratorio diverso da altri tipi di lutto è la sua molteplicità: non si perde una cosa sola, ma molte cose contemporaneamente. E a differenza del lutto per la morte di una persona cara, questo dolore non viene riconosciuto socialmente, non c'è un rituale, non c'è un periodo di lutto ufficiale, non c'è il permesso di stare male.
La famiglia e le persone amate
È la perdita più ovvia, ma non per questo meno devastante. Non si tratta solo della distanza fisica, si tratta della trasformazione irreversibile delle relazioni. I compleanni si festeggiano in ritardo o non si festeggiano. I momenti difficili si affrontano senza la rete che si aveva. Le videochiamate non sostituiscono la presenza: la voce c'è, ma il corpo no. E con il tempo le vite divergono: i riferimenti comuni si assottigliano, le conversazioni diventano più difficili, ci si sente sempre più lontani anche quando si parla.
Segnali da riconoscere
Piangere senza motivo apparente, senso di colpa per stare bene mentre loro stanno male, difficoltà a godersi le cose positive del nuovo paese
La lingua
Perdere la lingua come strumento quotidiano di pensiero è una perdita che spesso viene sottovalutata, anche da chi la vive. La lingua non è solo comunicazione: è il modo in cui si pensa, si sogna, si fa umorismo, si esprimono sfumature emotive complesse che in una seconda lingua semplicemente non esistono. In italiano, o in qualsiasi altra lingua adottata, si è spesso una versione semplificata di sé stessi. Si perde la capacità di essere spiritosi, precisi, profondi nel modo in cui si è abituati. E questa semplificazione forzata ha un costo psicologico reale: ci si sente meno capiti, meno visibili, meno interi.
Segnali da riconoscere
Frustrazione nelle conversazioni, sensazione di non riuscire a esprimere davvero quello che si pensa, nostalgia per le battute e i giochi di parole della propria lingua
La cultura e i codici impliciti
Ogni cultura ha codici impliciti, quello che si dà per scontato, quello che non ha bisogno di essere spiegato, quello che si capisce senza che nessuno lo dica. Quando si migra, questi codici scompaiono. Si deve imparare a navigare un nuovo sistema di riferimenti, spesso senza una guida, spesso sbagliando senza capire perché si sta sbagliando. Si fraintende e si viene fraintesi. Questa fatica cognitiva e emotiva è costante e invisibile, e porta con sé una sensazione sottile ma persistente di essere sempre un passo indietro, sempre in ritardo sulla comprensione di qualcosa.
Segnali da riconoscere
Senso di inadeguatezza sociale, fatica nelle interazioni quotidiane, sensazione di fare sempre qualcosa di sbagliato senza capire cosa
La terra, il paesaggio, il clima
Il corpo ha una memoria. Il sole di un certo modo, il profumo dell'aria, i colori del paesaggio, i suoni familiari della propria città, il cibo, tutto questo fa parte dell'identità in un modo che si scopre solo quando non c'è più. Il corpo può reagire fisicamente all'assenza di questi stimoli familiari: insonnia, cambiamenti nell'appetito, una sensazione diffusa di disorientamento che non si riesce ad attribuire a nulla di preciso. Achotegui chiama questa dimensione la perdita del territorio fisico, e la considera una delle più sottovalutate.
Segnali da riconoscere
Nostalgia fisica per certi sapori, odori, paesaggi; sensazione di non sentirsi a casa nel proprio corpo nel nuovo contesto
Lo status sociale
Molti migranti arrivano nel paese di destinazione con titoli di studio, esperienze professionali, competenze accumulate negli anni, e si trovano a dover ricominciare da zero. Il curriculum non viene riconosciuto. Si accettano lavori al di sotto delle proprie qualifiche. Si deve dimostrare di nuovo quello che già si sapeva fare, in una lingua che non è la propria, in un sistema che non si conosce. Questa perdita di status è una delle più dolorose e meno discusse, perché tocca l'identità professionale, il senso di competenza, la percezione di sé stessi come persone capaci.
Segnali da riconoscere
Senso di umiliazione nel lavoro, difficoltà ad accettare ruoli inferiori alle proprie qualifiche, vergogna nel raccontare cosa si fa
Il contatto con il gruppo di appartenenza
Appartenere a un gruppo, etnico, culturale, religioso, linguistico, è un bisogno umano fondamentale. Quando si migra, questo senso di appartenenza viene messo in discussione su entrambi i fronti: non si è più del tutto del paese di origine, ma non si è ancora del paese di arrivo. Si è in uno spazio intermedio che può essere fonte di grande creatività e apertura, ma anche di grande solitudine. La comunità di connazionali può aiutare, ma non sempre è accessibile nel momento in cui serve, e non sempre riesce a colmare quel vuoto.
Segnali da riconoscere
Senso di non appartenere da nessuna parte, difficoltà a rispondere alla domanda 'da dove vieni?', oscillazione tra nostalgia e rifiuto delle proprie origini
La sicurezza fisica
In molti casi, la migrazione avviene da contesti di instabilità economica, politica o di sicurezza. Anche quando il paese di arrivo è più sicuro, il corpo porta con sé la memoria del pericolo, e spesso continua a vivere in uno stato di allerta che non corrisponde più alla realtà esterna. Achotegui include in questa perdita anche l'insicurezza legata allo status documentale: il permesso di soggiorno da rinnovare, la dipendenza dal datore di lavoro, la paura di commettere errori burocratici con conseguenze gravi.
Segnali da riconoscere
Ipervigilanza, difficoltà a rilassarsi, ansia legata alla situazione documentale, sensazione di vivere in uno stato di precarietà permanente
Quando il lutto diventa Sindrome di Ulisse
Achotegui distingue tra il lutto migratorio semplice, doloroso ma elaborabile, e quello che chiama Sindrome di Ulisse (o sindrome del migrante con stress cronico e multiplo). Come Ulisse nell'Odissea, il migrante è lontano da casa, vuole tornare ma non può, e affronta prove continue senza la rete di supporto necessaria.
La sindrome si sviluppa quando le perdite sono troppe, le risorse troppo poche, e il contesto non offre le condizioni minime per elaborare il dolore. I fattori di rischio includono: solitudine estrema, mancanza di documenti, condizioni lavorative precarie o abusive, separazione dai figli, assenza di supporto sociale.
Sintomi psicologici
- Ansia generalizzata e attacchi di panico
- Depressione e senso di vuoto
- Pensieri intrusivi e flashback
- Difficoltà di concentrazione e memoria
- Senso di irrealtà o depersonalizzazione
Sintomi fisici
- Cefalee frequenti e persistenti
- Disturbi gastrointestinali cronici
- Insonnia o ipersonnia
- Dolori muscolari senza causa organica
- Abbassamento delle difese immunitarie
Il lutto senza funerale: perché è così difficile da elaborare
Uno degli aspetti più difficili del lutto migratorio è che non viene riconosciuto come tale. Quando muore una persona cara, la società offre un rituale, un tempo, un permesso di stare male. Quando si migra, il messaggio implicito è spesso il contrario: dovresti essere contento di essere qui, dovresti essere grato, dovresti andare avanti.
Questo mancato riconoscimento ha un effetto preciso: la persona non si permette di sentire quello che sente. Minimizza, va avanti, funziona. E il dolore non elaborato si accumula, finché non trova un'uscita, spesso attraverso il corpo, spesso attraverso una crisi che sembra arrivare dal nulla.
"Il migrante piange i suoi morti senza poterli seppellire, lascia la sua terra senza poterla salutare, porta con sé un dolore che il mondo intorno non vede e spesso non capisce."
, Joseba Achotegui, psichiatra e ricercatore
Nominare questo dolore, chiamarlo lutto, riconoscerlo come reale, dargli lo spazio che merita, è il primo passo verso l'elaborazione. Non significa fermarsi. Significa smettere di portare un peso che non si è mai stati autorizzati a posare.
Cosa aiuta: verso il radicamento
Il radicamento non significa dimenticare da dove si viene, né smettere di sentire il peso di quello che si è perso. Significa costruire una nuova casa senza tradire quella vecchia. Significa integrare le due parti di sé, quella che viene da lì e quella che vive qui, in qualcosa di coerente. Non è un punto di arrivo definitivo: è un processo continuo, con avanzamenti e regressi.
Permettersi di sentire
Il primo passo è il più semplice e il più difficile: smettere di minimizzare. Il dolore che si sente è reale. Ha un nome. Merita spazio. Non è debolezza, è umanità.
Cercare supporto psicologico transculturale
Un professionista che conosce la psicologia transculturale può aiutare a elaborare le perdite, ricostruire l'identità e sviluppare strategie di coping adatte al contesto migratorio. Non è un lusso, è una necessità.
Mantenere i legami con la cultura d'origine
La lingua, il cibo, la musica, le tradizioni, non sono ostacoli all'integrazione. Sono risorse identitarie che aiutano a mantenere un senso di continuità tra chi si era e chi si sta diventando.
Costruire nuovi legami nel paese di arrivo
La comunità di connazionali può essere un punto di partenza, ma non deve essere l'unico. Costruire relazioni con persone del paese di arrivo, con persone di altre culture, con comunità di interesse, tutto questo amplia la rete di supporto e il senso di appartenenza.
Nota dell'autrice
Tatiana Russo, Giornalista / Studentessa di Psicologia. Il contenuto di questo articolo ha finalità divulgative e informative. Non sostituisce una consulenza psicologica, legale o medica professionale.

